7/05/2012
Mentre in
Francia la gente è per le strade a festeggiare la vittoria elettorale di
Hollande su Sarkozy, in Italia, le
piazze si sono riempite per la vittoria della Juve.
Ieri i francesi,
con tanto di bandiere, gioivano per le strade e per le piazze (prima fra tutte
Rue de Solferino, sede storica del partito socialista) cantando “Sarkò c’est
finì”, per non parlare della festa in piazza della Bastiglia, gremita di
giovani che sventolavano il tricolore.
Queste immagini
mi ricordano l’America nei momenti successivi alle elezioni presidenziali che
portarono Obama alla Casa Bianca. La fine dell’era Bush fu un trionfo per la
“minoranza” afroamericana, e non solo. I video delle celebrazioni in piazza
sono facilmente reperibili sul web.
Quello che
colpisce, vedendoli, è percepire un senso di vera e sentita partecipazione. La
vittoria di Hollande (e di Obama, nel 2008) è la vittoria di tutti loro, di
quelli che sono scesi in piazza con bandiere e trombe e di quelli che invece,
più privatamente, hanno gioito in cuor loro.
Ma questo
sentimento di genuina felicità è assolutamente estraneo al nostro scenario
politico, ricorda invece, più o meno vagamente, quello calcistico.
Già perché
mentre i nostri vicini d’oltralpe celebravano il cambiamento rivolto a
“crescita e austerità in Europa”, noi dov’eravamo?
Ieri e oggi sono
giorni di votazione per le comunali. L’affluenza è in netto calo.
Il seggio
elettorale della mia circoscrizione è una scuola a poche centinaia di metri
dello stadio, andando a votare mi sono scontrato con il flusso di tifosi che se
ne andava.
La scuola era
praticamente vuota, rendendo le operazioni di voto molto più veloci. Pochi i giovani,
per lo più scrutatori, e molti gli anziani.
Fuori, qualche
decina di metri dallo stadio, i giovani
urlavano cori da stadio contro la polizia, giunta in abbondanza in assetto
antisommossa per l’abituale partita domenicale del Como. Ecco dov’era, il
futuro dell’Italia.
La sera, le
immagini alla televisione dei giovani francesi, tutta un’altra storia. Mi dico
che la politica lassù è diversa da quella qui, e va bene anche così. Abbiamo
perso quel senso di appartenenza e di senso comune che dovrebbe essere la
Politica, non solo per colpa nostra.
Poi, la Juventus
vince lo scudetto.
In un Italia
dove la crisi è sempre più nera, dove siamo sommersi dalle tasse, dove la
politica dei tecnici fa a pezzi il reddito delle famiglie con il muto consenso
della politica “vera”, dove, contemporaneamente, i partiti prendono ingenti
somme di denaro pubblico, dove politici corrotti sono al potere da un
ventennio, tra tangenti, malavita e caste Cielline, dove i politici che si
facevano difensori dei lavoratori del nord contro la politica corrotta vengono
scoperti a rubare dai fondi del partito, le strade si sono riempite di macchine
e di persone con i colori bianco neri.
Da domani, a
parte la battutina al collega milanista, tutto torna alla normalità.
C’è speranza?
Non lo so. C’è la forza di voler partecipare. La forza che ho visto negli occhi
di una donna in sedia a rotelle che andava a votare al secondo piano,
arrivandoci grazie alla rampa elettrica (mi viene in mente l’Articolo 3 della
Costituzione “Compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale”).
In Francia hanno
avuto il coraggio di credere nel cambiamento, noi, per paura, per pigrizia, per
insofferenza o perché ci siamo stancati di affrontare la realtà, ci siamo
fermati al risultato della partita di calcio, 2 a 0.
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